Canti popolari “delle varie nazioni d’Europa”: il primo Progetto Multiculturale

Gemma Bertagnolli, soprano
OPEN TRIOS
Giovanni Bietti, pianoforte e narratore
Pasquale Laino, sax
Luca Caponi, percussioni

Non tutti sanno che Beethoven realizzà, nel corso della carriera, circa 170 arrangiamenti di canti popolari di varie nazioni europee. La singolare commissione era giunta da un visionario folclorista ed editore scozzese, George Thomson, che era entrato in contatto con Beethoven fin dal 1803. La gestazione delle armonizzazioni di canti popolari fu però piuttosto lenta, certo anche a causa delle difficoltà materiali e del perenne stato di guerra in cui versava gran parte d’Europa in quegli anni: a partire dal 1810 Beethoven cominciò a lavorare ad alcuni arrangiamenti di canti delle Isole Britanniche - scozzesi, irlandesi, inglesi e gallesi. Ma qualche anno più tardi, le idee di Thomson si erano fatte più articolate: in una lettera del gennaio 1816 leggiamo questa sorprendente proposta:
 “Desidero molto ottenere qualche campione di musica vocale delle varie nazioni d’Europa: della Germania, della Polonia, della Russia, del Tirolo, della Venezia e della Spagna, ossia, due o tre arie di ciascuno di questi paesi. Non parlo delle composizioni dei dotti autori viventi, ma delle melodie puramente nazionali, contrassegnate dalle caratteristiche della musica di ciascun paese e amate dal popolo, come le arie scozzesi e irlandesi che Le ho inviato. Desidererei che queste arie fossero di uno stile gradevole e tali da poter aderire facilmente alla poesia”.
Thomson arrivava quindi ad immaginare una raccolta di canti popolari di molte nazioni d’Europa, alle quali qualche mese più tardi chiederà di aggiungere anche arie “svedesi, danesi, siciliane, calabresi” (!). Non c’è dubbio che l’idea di Thomson piacque a Beethoven: negli anni immediatamente successivi egli realizzerà infatti un buon numero di arrangiamenti, comprendendo canti popolari di molte nazioni, anche più di quelle suggerite da Thomson. Nel catalogo beethoveniano troviamo, oltre ad un gran numero di canti popolari scozzesi, irlandesi, inglesi e gallesi, alcuni arrangiamenti di canti polacchi, tedeschi, tirolesi, svizzeri, italiani (due melodie veneziane – c’è anche La biondina in gondoleta! – e una siciliana), francesi, ungheresi, russi, ucraini, danesi, svedesi, spagnoli (tra cui due diversi Bolero, senza dubbio i primi esempi “colti” di questa tipica danza realizzati da un compositore non spagnolo) e portoghesi. In altri termini, Beethoven realizzò grazie ai suggerimenti di Thomson quello che oggi chiameremmo un “Progetto Multiculturale” ante litteram, probabilmente il primo nella storia della nostra cultura: l’idea di far dialogare tra loro, attraverso l’elaborazione e la tecnica musicale colta occidentale, tutti i popoli. E certo sembra tutt’altro che casuale il fatto che un tale progetto sia scaturito proprio dalla mente e dalle facoltà creative dell’uomo che solo pochi anni più tardi, nel 1824, avrebbe cantato nella Nona Sinfonia l’abbraccio del mondo intero.
Ma al di là degli aspetti etici della ricerca beethoveniana, e della sua aspirazione all’universalità, bisogna sottolineare che le armonizzazioni di canti popolari rivestono grande importanza anche dal punto di vista puramente artistico, visto che esse stimolarono l’immaginazione del compositore e lo spinsero a cercare nuove soluzioni stilistiche. Beethoven si accorse con chiarezza che le melodie popolari gli offrivano immense risorse musicali e linguistiche; e non è azzardato sostenere che alcune delle più note e sorprendenti innovazioni contenute nelle celeberrime opere tarde del compositore – le ultime sonate per pianoforte, gli ultimi quartetti per archi – siano scaturite anche dalla riflessione sulle caratteristiche dei canti popolari, che spesso non sono basati sul sistema tonale caratteristico della musica colta occidentale dell’epoca, e che spesso hanno un’organizzazione ritmica inusuale.
Il concerto propone una selezione di arrangiamenti beethoveniani in una veste sonora contemporanea, esaltandone quindi lo spirito “sperimentale” e in particolare le caratteristiche armoniche e ritmiche, davvero formidabili e modernissime. Queste composizioni ci offrono insomma un nuovo punto di vista sul "personaggio" Beethoven, sulla sua poetica e soprattutto sulla sua modernità.

 


OPEN TRIOS

Compositore, pianista e musicologo, Giovanni Bietti è considerato uno dei migliori divulgatori musicali italiani. È una delle voci radiofoniche delle “Lezioni di musica”, seguitissima trasmissione di Rai-RadioTre, e ha pubblicato libri su Beethoven e sul Sinfonismo Viennese. Il suo prossimo libro, in uscita in autunno presso Laterza, è dedicato al teatro mozartiano, in particolare alle tre opere su libretto di Da Ponte. Tiene regolarmente Conferenze e Concerti-Conferenze, direttamente al pianoforte, presso molti dei più prestigiosi Enti italiani: Teatro alla Scala, Teatro La Fenice, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Teatro dell’Opera di Roma, Teatro Petruzzelli di Bari, Teatro Massimo di Palermo, Teatro Lirico di Cagliari, Ravello Festival, Sferisterio di Macerata, Festival Trame Sonore, Festivaletteratura e Orchestra da Camera di Mantova, Orchestra Sinfonica Siciliana. Tra le sue esibizioni fuori dall’Italia basterà segnalare il Kuhmo Chamber Music Festival (Finlandia), la Konzerthaus Berlin e la Sydney Opera House.

 

Membro fondatore del quartetto di sassofoni Arundo Donax e del gruppo Klezroym, con i quali ha inciso numerosi CD e svolge attività concertistica in tutta Europa, docente presso varie istituzioni (tra cui il Conservatorio di musica di Perugia, dove ha tenuto per anni il “Laboratorio di improvvisazione e composizione per strumenti a fiato”), Pasquale Laino affianca all’attività concertistica e didattica quella di compositore. Recenti le sue colonne sonore per la serie televisiva di Raiuno “La dama velata” di C. Elia e per il film, sempre di Raiuno, “Sotto copertura” di G. Manfredonia; negli anni precedenti ha realizzato le colonne sonore di diversi documentari di carattere storico per Raitre. Il suo primo CD originale, The river will carry me, in Trio con Alessandro Gwis e Andrea Avena, è uscito nel 2010. Tra le sue collaborazioni: Orchestra Sinfonica della RAI di Roma, teatro dell'Opera di Roma, Franco Piersanti, Paolo Buonvino, Carlo Cecchi, Egisto Marcucci, Angela Pagano, Paolo Rossi, Ulderico Pesce, Mango, Matia bazar, Carmen Consoli, Ascanio Celestini, Marco Presta e Antonello Dose, Massimo Venturiello, Tosca, Aurelio Gatti, Alessandro Mannarino.

Percussionista versatile, Luca Caponi ha al suo attivo importanti collaborazioni sia in ambito classico (Orchestra Italiana da Camera di Salvatore Accardo, Orchestra Regionale del Lazio, Ars Ludi Ensemble) che in ambito jazz, etnico e teatrale (Jewish Experience, Atlante Sonoro, Ascanio Celestini, Asì). Ha registrato numerosi CD, anche per etichette internazionali quali ad esempio la Tzadik di John Zorn (“Yiddish melodies in jazz” e “Awakening”, con la Band Jewish Experience). Si è esibito tra l’altro all’Auditorium Parco della Musica di Roma, all’Expo europeo di Jazz di Cagliari, al Premio Tenco, al The Stone di New York, al Theatre National de Bruxelles, al Mittelfest di Cividale, al Festival di Recanati, al Festival La Versiliana, al Festival Santarcangelo dei Teatri, al Festival International de Theatre di Liegi, al Palau National di Barcellona, al Festival Trame Sonore di Mantova.